A 40 anni dalla legge Basaglia: conferenza ad Aosta per fare il punto della situazione

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"Nella pancia di Marcocavallo" il 9 giugno in diretta streaming su Aostaoggi

 

marcocavallo

AOSTA. Si terrà Sabato 9 Giugno nella Sala Maria Ida Viglino del palazzo Regionale, ad Aosta, la conferenza "Nella pancia di Marcocavallo" che vede al centro del dibattito la salute mentale e che Aostaoggi.tv trasmetterà in diretta streaming dalle ore 9.00.

L'obiettivo della conferenza è fare il punto della situazione a 40 anni dalla legge Basaglia che ha portato alla chiusura degli istituti dedicati a tutti quelli che secondo la concezione della psichiatria dell'epoca soffrivano di una malattia mentale: i manicomi. Proprio i pazienti di uno di questi manicomi inventarono “Marco Cavallo”, un cavallo di cartapesta nella cui pancia si potevano riporre dei bigliettini con i proprio desideri "folli".

"Nella pancia di Marcocavallo"  vuole quindi essere un momento di riflessione rivolto ai desideri di persone che, prima della legge Basaglia, all'interno dei manicomi hanno visto infrangersi, insieme ai propri diritti sociali, anche il diritto a condurre una vita di inclusione, ad essere curato ed a vivere una vita, per quanto possibile, normale.



Per l'assessorato alla Sanità, che è tra le istituzioni organizzatrici della conferenza, abbiamo intervistato l'assessore Luigi Bertschy.

A chi è rivolto l'incontro del 9 giugno?
«Nella pancia di Marcocavallo è un appuntamento che s'inserisce a pieno titolo in quello che è un panorama di eventi realizzato anche a livello nazionale per celebrare i 40 anni della legge Basaglia. Personalmente ed anche a nome di tutti quelli che collaborano sono molto orgoglioso del fatto che anche la Valle d'Aosta dedichi alle persone malate un appuntamento di questo livello. Sarà diviso in due parti: uno il Venerdì, che vede impegnati gli addetti al settore in un convegno di natura medico-sanitaria, e uno Sabato, aperto a tutti, dove insieme a più soggetti e all'Associazione Di.A.Psi.” (Difesa Ammalati Psichici Valle D'Aosta), che ringrazio per la collaborazione, si farà un lavoro con la comunità».

Nella pancia di Marcocavallo c'erano i sogni dei malati psichiatrici. Mi dice per Lei ad oggi cosa è cambiato?
«La legge si era posta un grande obbiettivo: chiudere i manicomi, strutture dove le persone venivano rinchiuse e sedate perdendo tutta la loro dignità, per sviluppare politiche che permettessero un'inclusione sociale. La legge è stata, anche in Europa, d'avanguardia e ha posto l'Italia in una condizione nuova della quale essere molto orgogliosi, ma ha portato con sé anche delle difficoltà. Questo quindi è il focus del convegno: interrogarsi, valutare e approfondire quanto si sta realizzando soprattutto su scala regionale per capire, rispetto a questi obbiettivi, cosa è stato raggiunto e cosa si può fare di meglio per continuare a realizzare questi sogni. La restituzione dei soggetti psichiatrici alla loro dignità di esseri umani era e rimane il nostro obbiettivo principale».

Per la Valle d'Aosta, qual è la visione nell'immediato futuro sull'argomento?
«Per quanto riguarda la visione del futuro, l'appuntamento si inserisce nell'impronta che noi abbiamo dato in questo anno e che vorremmo continuare a potenziare nel futuro. L'impronta è quella di fare attenzione a far crescere politiche verso la persona, che rendano la nostra comunità inclusiva, aperta e coesa. Evidentemente in una società in trasformazione, dove anche le patologie cambiano, c'è bisogno di porre molta attenzione all'organizzazione dei servizi anche in termini di programmazione futura. Stiamo cercando di realizzare anche un progetto di forte attenzione verso i giovani, quindi una visione di Welfare futuro che veda le malattie psichiatriche al centro della nostra attenzione. In questo senso vanno anche organizzati i servizi interni ospedalieri e soprattutto i servizi che possano creare condizioni di coesione e inclusione sociale sul territorio».

Per l'assessore alla Sanità, il malato mentale è da considerarsi tra le categorie fragili?
«Credo che in generale le persone fragili siano quelle più indifese, insieme alle loro famiglie, perché sono quelle che meno riescono a far sentire la loro voce e rischiano a volte di non avere la necessaria forza per poterlo fare. Quindi non è questione di chi è più o meno debole, ma è la politica che deve essere capace di creare le condizioni affinché, a partire dalle maggiori fragilità, si possa dare la più forte risposta. Questo è l'obbiettivo. Bisogna anche abbattere dei tabù, bisogna fare della formazione e dell'informazione nella comunità, perché le persone possano sapere di più rispetto a questo argomento delicato».

Nello stesso ambito abbiamo raggiunto al telefono il Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, la Dott.ssa Anna Beoni.
Dal punto di vista clinico cosa è cambiato dalla legge fatta 40 anni fa?
«La legge Basaglia aveva come obbiettivo chiudere i manicomi e riportare i pazienti in società, pensiero bellissimo ma difficilmente realizzabile, perché nella prima fase sono state chiuse queste strutture manicomiali e siamo ancora in fase di creazione di strutture territoriali. La Valle d'Aosta non ha mai avuto un manicomio e si appoggiava al "Fate bene fratelli", una struttura vicino a Caselle, che su trecentocinquanta posti circa, ne riservava trenta alla nostra regione. Dopo di che si è pensato di aprire delle strutture in Regione e nell'anno 2000 sono cominciate a nascere in Valle D'Aosta delle strutture residenziali. Comunità terapeutiche riabilitative per ospitare dei pazienti.Queste comunità erano a Bellon (Sarre) che si chiama la “Mont Fallere”, poi a Chatillon la “Lumiere”, poi c'erano dei centri diurni a Donnas come “L'Arc En Ciel”, la comunità di Brusson e così via. Abbiamo cominciato quindi a costruire delle comunità terapeutiche, ma ci siamo resi conto dei limiti, ad esempio la convivenza tra utenti di 30 anni, magari all'esordio della malattia, e soggetti di oltre 55 anni cronici. Certi progetti si sono rivelati poco efficaci. Inoltre la struttura comunitaria, questa è la mia opinione, tende a cronicizzare. Deve essere limitata nel tempo: non posso pensare di inserire un ragazzo di diciotto anni in una comunità terapeutica, perché così facendo il ragazzo non lo riabilito ma lo cronicizzo. Quindi negli ultimi anni, dal 2015, abbiamo fatto una grossa revisione delle comunità terapeutiche, suddividendole per tipologie di pazienti: intensivi, estensivi e lungodegenti. Questo ha provocato qualche scombussolamento specialmente per le famiglie. Fatto ciò, abbiamo aperto i gruppi appartamento, che si traducono in alloggi assistiti. Sono appartamenti dove vanno a vivere due/tre utenti psichiatrici con un servizio di assistenza, e lì i pazienti vivono già con una certa autonomia con la supervisione di un educatore».

Quali sono i traguardi da raggiungere?
«Quello innanzitutto di dislocarli dalle comunità, per arrivare all'alloggio assistito. Cioè un alloggio indipendente, non una struttura sanitaria quindi, in cui possano condurre una vita normale in una casa che potrebbe essere loro anche per tutta la vita, visto che sono loro i titolari del contratto. Ricevono un supporto degli assistenti sociali e degli educatori e un monitoraggio del dipartimento di salute mentale, li possiamo considerare come pazienti che pur avendo patologie importanti, vivono in autonomia».

Quali sono le patologie di cui stiamo parlando? E negli anni ha riscontrato qualche novità?
«Le patologie a cui noi facciamo riferimento per gli inserimenti in strutture riabilitative sono la schizzofrenia, i disturbi bipolari quindi tutte le psicosi e i gravi disturbi di personalità. Un paziente con un disturbo d'ansia o una depressione reattiva non va in comunità ecco. Le caratteristiche di queste patologie sono rimaste abbastanza stabili negli anni. L'unica novità a cui assistiamo oggi, ma riguarda più il Sert e di rimbalzo anche il nostro settore, è l'utilizzo di nuove sostanze altamente pericolose. Sono sostanze che spesso comportano dei danni cerebrali gravissimi, anche nei giovanissimi, ecco sicuramente adesso arrivano prima».

In quarant'anni, di quei desideri di dignità se n'è realizzato qualcuno?
«Secondo me sì e dobbiamo continuare su questa strada, sui gruppi appartamento, sull'educativa territoriale e sull'inclusione sociale quando possibile.
Inserire un paziente con l'intento di tirarlo fuori fa sì che anche io educatore o io psicoterapeuta ho un obbiettivo. Bisogna anche fare di necessità virtù: a volte anche le difficoltà economiche in tutti i settori ci inducono a inventare soluzioni diverse che possono risultare più efficaci ed efficienti per i pazienti. Il budget ricevuto dalla Regione è sufficiente per organizzare progetti riabilitativi validi. Abbiamo realizzato qualche sogno e lavoreremo per realizzarne altri e devo dire che questo è un assessore che ci ha aiutato tanto (Bertschy n. d. r.), è stato molto sensibile alla causa quasi avesse la sensibilità sanitaria di un medico. Non so come andrà in futuro ma è stata una gran bella esperienza con questo assessore».

 


Adriana Guzzi